pastorale giovanile
PASTORALE
GIOVANILE
SERVIZIO
PER LA PASTORALE GIOVANILE
DIOCESI DI
LAMEZIA TERME




Il 29 maggio la XXV GMG Diocesana su
Corso Numistrano alle ore 15.30
” Maestro buono, cosa devo fare per avere in eredità
la vita eterna?” (Mc 10, 17)
Roma 31.Marzo. 1985
Lamezia Terme 29. Maggio. 2010
TI ASPETTIAMO PER
FESTEGGIARE INSIEME I 25 ANNI DELLA GMG !
Per le iscrizioni rivolgiti alla tua
parrocchia!
FOTO AGORA'
Il Direttore:Don Fabio Stanizzo ( Parroco
BEATA VERGINE DEL SOCCORSO
)
"SALE DELLA
TERRA E LUCE DEL MONDO"
Servizio
Diocesano per la Pastorale Giovanile Lamezia Terme
“Sulle
orme di Paolo…, in
occasione del Giubileo Paolino”

TESTI DEI CANTI SUGGERITI DAL MAESTRO MONS. MARCO FRISINA
unitalsi
LETTERE PAOLINE

BEATO PIER GIORGIO
FRASSATI


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Messaggio del
Santo Padre per la Quaresima 2009
"Gesù,
dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame" (Mt
4,2)
Cari fratelli e sorelle!
All'inizio della Quaresima, che
costituisce un cammino di più intenso allenamento spirituale, la Liturgia ci
ripropone tre pratiche penitenziali molto care alla tradizione biblica e
cristiana - la preghiera, l'elemosina, il digiuno - per disporci a celebrare
meglio la Pasqua e a fare così esperienza della potenza di Dio che, come
ascolteremo nella Veglia pasquale, "sconfigge il male, lava le colpe,
restituisce l'innocenza ai peccatori, la gioia agli afflitti. Dissipa l'odio,
piega la durezza dei potenti, promuove la concordia e la pace" (Preconio
pasquale). Nel consueto mio Messaggio quaresimale, vorrei soffermarmi quest'anno
a riflettere In particolare sul valore e sul senso del digiuno. La Quaresima
infatti richiama alla mente i quaranta giorni di digiuno vissuti dal Signore nel
deserto prima di intraprendere la sua missione pubblica. Leggiamo nel Vangelo: "Gesù
fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. Dopo aver
digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame" (Mt
4,1-2). Come Mosè prima di ricevere le Tavole della Legge (cfr Es 34,28),
come Elia prima di incontrare il Signore sul monte Oreb (cfr 1 Re 19,8),
così Gesù pregando e digiunando si preparò alla sua missione, il cui inizio fu
un duro scontro con il tentatore.
Possiamo domandarci quale
valore e quale senso abbia per noi cristiani il privarci di un qualcosa che
sarebbe in se stesso buono e utile per il nostro sostentamento. Le Sacre
Scritture e tutta la tradizione cristiana insegnano che il digiuno è di grande
aiuto per evitare il peccato e tutto ciò che ad esso induce. Per questo nella
storia della salvezza ricorre più volte l'invito a digiunare. Già nelle prime
pagine della Sacra Scrittura il Signore comanda all'uomo di astenersi dal
consumare il frutto proibito: "Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del
giardino, ma dell'albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare
perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire" (Gn
2,16-17). Commentando l'ingiunzione divina, san Basilio osserva che "il digiuno
è stato ordinato in Paradiso", e "il primo comando in tal senso è stato dato ad
Adamo". Egli pertanto conclude: "Il 'non devi mangiare' è, dunque, la legge del
digiuno e dell'astinenza" (cfr Sermo de jejunio: PG 31, 163, 98). Poiché
tutti siamo appesantiti dal peccato e dalle sue conseguenze, il digiuno ci viene
offerto come un mezzo per riannodare l'amicizia con il Signore. Così fece Esdra
prima del viaggio di ritorno dall'esilio alla Terra Promessa, invitando il
popolo riunito a digiunare "per umiliarci - disse - davanti al nostro Dio"
(8,21). L'Onnipotente ascoltò la loro preghiera e assicurò il suo favore e la
sua protezione. Altrettanto fecero gli abitanti di Ninive che, sensibili
all'appello di Giona al pentimento, proclamarono, quale testimonianza della loro
sincerità, un digiuno dicendo: "Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il
suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire!" (3,9). Anche allora Dio vide le
loro opere e li risparmiò.
Nel Nuovo Testamento, Gesù pone
in luce la ragione profonda del digiuno, stigmatizzando l'atteggiamento dei
farisei, i quali osservavano con scrupolo le prescrizioni imposte dalla legge,
ma il loro cuore era lontano da Dio. Il vero digiuno, ripete anche altrove il
divino Maestro, è piuttosto compiere la volontà del Padre celeste, il quale
"vede nel segreto, e ti ricompenserà" (Mt 6,18). Egli stesso ne dà
l'esempio rispondendo a satana, al termine dei 40 giorni passati nel deserto,
che "non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di
Dio" (Mt 4,4). Il vero digiuno è dunque finalizzato a mangiare il "vero
cibo", che è fare la volontà del Padre (cfr Gv 4,34). Se pertanto Adamo
disobbedì al comando del Signore "di non mangiare del frutto dell'albero della
conoscenza del bene e del male", con il digiuno il credente intende
sottomettersi umilmente a Dio, confidando nella sua bontà e misericordia.
Troviamo la pratica del digiuno
molto presente nella prima comunità cristiana (cfr At 13,3; 14,22; 27,21;
2 Cor 6,5). Anche i Padri della Chiesa parlano della forza del digiuno,
capace di tenere a freno il peccato, reprimere le bramosie del "vecchio Adamo",
ed aprire nel cuore del credente la strada a Dio. Il digiuno è inoltre una
pratica ricorrente e raccomandata dai santi di ogni epoca. Scrive san Pietro
Crisologo: "Il digiuno è l'anima della preghiera e la misericordia la vita del
digiuno, perciò chi prega digiuni. Chi digiuna abbia misericordia. Chi nel
domandare desidera di essere esaudito, esaudisca chi gli rivolge domanda. Chi
vuol trovare aperto verso di sé il cuore di Dio non chiuda il suo a chi lo
supplica" (Sermo 43: PL 52, 320. 332).
Ai nostri giorni, la pratica
del digiuno pare aver perso un po' della sua valenza spirituale e aver
acquistato piuttosto, in una cultura segnata dalla ricerca del benessere
materiale, il valore di una misura terapeutica per la cura del proprio corpo.
Digiunare giova certamente al benessere fisico, ma per i credenti è in primo
luogo una "terapia" per curare tutto ciò che impedisce loro di conformare se
stessi alla volontà di Dio. Nella Costituzione apostolica Pænitemini del
1966, il Servo di Dio Paolo VI ravvisava la necessità di collocare il digiuno
nel contesto della chiamata di ogni cristiano a "non più vivere per se stesso,
ma per colui che lo amò e diede se stesso per lui, e ... anche a vivere per i
fratelli" (cfr Cap. I). La Quaresima potrebbe essere un'occasione opportuna per
riprendere le norme contenute nella citata Costituzione apostolica, valorizzando
il significato autentico e perenne di quest'antica pratica penitenziale, che può
aiutarci a mortificare il nostro egoismo e ad aprire il cuore all'amore di Dio e
del prossimo, primo e sommo comandamento della nuova Legge e compendio di tutto
il Vangelo (cfr Mt 22,34-40).
La fedele pratica del digiuno
contribuisce inoltre a conferire unità alla persona, corpo ed anima, aiutandola
ad evitare il peccato e a crescere nell'intimità con il Signore. Sant'Agostino,
che ben conosceva le proprie inclinazioni negative e le definiva "nodo tortuoso
e aggrovigliato" (Confessioni, II, 10.18), nel suo trattato L'utilità
del digiuno, scriveva: "Mi do certo un supplizio, ma perché Egli mi perdoni;
da me stesso mi castigo perché Egli mi aiuti, per piacere ai suoi occhi, per
arrivare al diletto della sua dolcezza" (Sermo 400, 3, 3: PL 40,
708). Privarsi del cibo materiale che nutre il corpo facilita un'interiore
disposizione ad ascoltare Cristo e a nutrirsi della sua parola di salvezza. Con
il digiuno e la preghiera permettiamo a Lui di venire a saziare la fame più
profonda che sperimentiamo nel nostro intimo: la fame e sete di Dio.
Al tempo stesso, il digiuno ci
aiuta a prendere coscienza della situazione in cui vivono tanti nostri fratelli.
Nella sua Prima Lettera san Giovanni ammonisce: "Se uno ha ricchezze di
questo mondo e vedendo il suo fratello in necessità gli chiude il proprio cuore,
come rimane in lui l'amore di Dio?" (3,17). Digiunare volontariamente ci aiuta a
coltivare lo stile del Buon Samaritano, che si china e va in soccorso del
fratello sofferente (cfr Enc. Deus caritas est, 15). Scegliendo
liberamente di privarci di qualcosa per aiutare gli altri, mostriamo
concretamente che il prossimo in difficoltà non ci è estraneo. Proprio per
mantenere vivo questo atteggiamento di accoglienza e di attenzione verso i
fratelli, incoraggio le parrocchie ed ogni altra comunità ad intensificare in
Quaresima la pratica del digiuno personale e comunitario, coltivando altresì
l'ascolto della Parola di Dio, la preghiera e l'elemosina. Questo è stato, sin
dall'inizio, lo stile della comunità cristiana, nella quale venivano fatte
speciali collette (cfr 2 Cor 8-9; Rm 15, 25-27), e i fedeli erano
invitati a dare ai poveri quanto, grazie al digiuno, era stato messo da parte (cfr
Didascalia Ap., V, 20,18). Anche oggi tale pratica va riscoperta ed
incoraggiata, soprattutto durante il tempo liturgico quaresimale.
Da quanto ho detto emerge con
grande chiarezza che il digiuno rappresenta una pratica ascetica importante,
un'arma spirituale per lottare contro ogni eventuale attaccamento disordinato a
noi stessi. Privarsi volontariamente del piacere del cibo e di altri beni
materiali, aiuta il discepolo di Cristo a controllare gli appetiti della natura
indebolita dalla colpa d'origine, i cui effetti negativi investono l'intera
personalità umana. Opportunamente esorta un antico inno liturgico quaresimale:
"Utamur ergo parcius, / verbis, cibis et potibus, / somno, iocis et arctius /
perstemus in custodia - Usiamo in modo più sobrio parole, cibi, bevande,
sonno e giochi, e rimaniamo con maggior attenzione vigilanti".
Cari fratelli e sorelle, a ben
vedere il digiuno ha come sua ultima finalità di aiutare ciascuno di noi, come
scriveva il Servo di Dio Papa Giovanni Paolo II, a fare di sé dono totale a Dio
(cfr Enc. Veritatis splendor, 21). La Quaresima sia pertanto valorizzata
in ogni famiglia e in ogni comunità cristiana per allontanare tutto ciò che
distrae lo spirito e per intensificare ciò che nutre l'anima aprendola all'amore
di Dio e del prossimo. Penso in particolare ad un maggior impegno nella
preghiera, nella lectio divina, nel ricorso al Sacramento della
Riconciliazione e nell'attiva partecipazione all'Eucaristia, soprattutto alla
Santa Messa domenicale. Con questa interiore disposizione entriamo nel clima
penitenziale della Quaresima. Ci accompagni la Beata Vergine Maria, Causa
nostrae laetitiae, e ci sostenga nello sforzo di liberare il nostro cuore
dalla schiavitù del peccato per renderlo sempre più "tabernacolo vivente di
Dio". Con questo augurio, mentre assicuro la mia preghiera perché ogni credente
e ogni comunità ecclesiale percorra un proficuo itinerario quaresimale, imparto
di cuore a tutti la Benedizione Apostolica.
BENEDICTUS
PP. XVI
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